Descrizione
“You”. “Something”, “Meet”. Sono parole che affiorano dal tessuto urbano, come un’istruzione metropolitana, un mantra visivo che accompagna il passante anonimo al centro della scena. Siamo sulla 7th Avenue, a due passi da Times Square: il cartello stradale è ancora leggibile, ma tutto intorno è già diventato altro: sovrapposizione, vibrazione, rumore cromatico.
Fabrizio Bellanca lavora su lastra di alluminio con inchiostri da stampa e colori per vetro rullati a mano, costruendo l’immagine per strati e riserve. La superficie metallica che emerge tra i colori non è sfondo: è luce, è la luminosità fredda e spietata della città che non dorme. Le figure umane si stagliano come silhouette – chi cammina di fretta, chi distribuisce volantini, chi si muove controcorrente – mentre il flusso della metropoli le ingloba e le cancella al tempo stesso.
L’occhio gigante in alto a destra osserva. I loghi commerciali si sovrappongono ai volti. La parola “SOMETHING” campeggia in basso come un’affermazione incompleta, sospesa — c’è qualcosa, ma cosa esattamente lo decide lo spettatore. È l’ambiguità consapevole di una città che promette tutto e non spiega niente.
La palette è composta da aranci, rossi carichi, rosa acido e il nero opaco delle ombre: i colori evocano il neon riflesso sull’asfalto bagnato di Times Square, quella luce artificiale che Bellanca ha imparato a conoscere da fotografo prima che da pittore. L’artista elabora New York come un’immagine che è insieme documento visivo e astrazione emotiva.



